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Vendetta! - Sabato 20 Settembre 2014

Con il GAB sulle tracce del giustiziere vendicatore SIMONE PIANETTI... Approfondisci »

 

Curiosando nella Storia

In viaggio tra i secoli

Archeologia del Natale La notte della luce

 

L’anno della nascita di Gesù (anno zero della nostra era) e’ stato fissato al 754 ‘ab urbe condita’ (cioè dalla fondazione di Roma) solo nel VI secolo dal monaco scita Dionigi il Piccolo (Dionysius Exiguus), in base a un passo del Vangelo (scritto in greco da Luca non contemporaneo di Cristo), per il quale il Battista avrebbe iniziato la predicazione nel sedicesimo anno di Tiberio, quando Gesù aveva 30 anni. Sembra comunque, in base ad altri passi dello stesso Vangelo di Luca e di quello, scritto in aramaico, di Matteo, discepolo del Messia, che Gesù sia stato concepito e generato prima della morte di Erode il Grande, che lo storico Giuseppe Flavio fissa nella sua “Guerra Giudaica” al 750 ‘ab urbe condita’ e quindi la data suddetta andrebbe spostata indietro di quattro anni.
D’altronde, ancora Luca dice, però, che Maria dovette recarsi a Betlemme per il censimento, quando governatore della Siria era Quirino e allora la data di nascita di Gesù dovrebbe essere spostata in avanti di 6/7 anni.

Betlemme stessa, come luogo di nascita dei Messia, sembra poco probabile. Si tramanda così per accreditarne la discendenza da David, come volevano i testi profetici (Michea 4,1). E’ più verosimile che sia nato a Nazareth, ma allora forse si sarebbe dovuto attribuire fiIologicamente a Gesù l’epiteto di Nazaretano e non di Nazareno, che significherebbe più propriamente appartenente alla setta nazarena di cui ci parla Epifanio.

Quanto al giorno di nascita, poi, non si può asserire quasi nulla, in quanto i Padri stessi della Chiesa avevano suggerito, prima del IV secolo, varie date: 6 gennaio, 28 marzo, 2 o 19 aprile, 29 maggio e 18 novembre.
Il 25 dicembre e’ attestato dal 335/336 (evidentemente non si poté ufficializzarne la data prima del 313, anno dell’editto di Costantino, con cui si liberalizzava il nuovo culto cristiano) e poi e’ riscontrabile nel 354 nel Cronografo Romano, che proponeva un elenco di martiri (Deposìtio Martyrum).
Precedentemente Aureliano aveva voluto dedicare tale giorno al culto di Mithra, il dio dell’iranismo, uccisore del sacro toro, celebrato in antri e templi sotterranei, col suo corteo di sapienti e magusei detti pure pireti (accendítori del sacro fuoco). Ancora prima i Romani avevano dedicato il Solstizio d’Invemo al “Dies Natalis Solis Invicti”, cioe’ al disco solare, che una leggenda faceva nascere con un parto miracoloso dalla Vergine celeste, regina del mondo.
Il culto solare, comunque, ha espressioni ben più antiche (Kheper, Atum, Ra e poi Aton presso gli Egízi, Baal a Baalbeck in Siria e inoltre presso Babilonesi, Assirí, in Persia etc.) Le analogie di data o di altro tipo con i precedenti culti pagani, tuttavia, sono più di una:

il dio egizio Osiride aveva concepito in marzo il figlio Oro (Horas) e questi era nato il 25 dicembre
per i Greci Dioniso era nato da un a vergine il 25 dicembre
stessa data per la nascita verginale dei Budda
gli Scandinavi festeggiano i natali di Freír, figlio di Odino e Frigga, al solstizio d’inverno
i Saturnali erano le giornate (dal 21 dicembre a fine anno) in cui a Roma si festeggiava Cronos (Saturno), cui era anche dedicato l’ultimo mese dell’anno.
Il 25 dicembre stesso e’ una data errata. Era ritenuto infatti il giorno del solstizio d’inverno a causa del ritardo accumulatosi per le imprecisioni del calendario giuliano.
Anche il 13 dicembre, a causa sembra dello steso tipo di errore, in senso inverso stavolta, era stato identificato come giorno solstiziale (cioe’ quello più corto, e la notte e’ detta ‘notte della luce”). Ora si festeggia in tale data Santa Lucia, la santa della luce, in quanto martire accecata.
La distanza, poi, fra le date dal 13 al 25 dicembre dal 25 dicembre al 6 gennaio è costituita da 12 giorni (noti come “calende” che valgono a rappresentare all’inizio dell’anno i 12 mesi futuri (presagio delle calende).
Il ceppo o ciocco, che tradizionalmente si pone sul fuoco a Natale, deve continuare ad ardere (si spegne al mattino e si riaccende ogni sera) fino all’Epifania, per poterne trarre buoni auspici.
Il ceppo messo a bruciare da’ luce e calore, i medesimi doni del sole. E nella saga del nostro Medioevo troviamo l’Albero Secco, detto anche Albero del Sole.

Ed ora siamo arrivati a parlare dell’Albero di Natale, albero di doni, cioè dispensatore di abbondanza e di ogni “ben di Dio” (allo stesso modo dell’albero della cuccagna), come principio di generatività. Nella simbologia dell’Eden c’e’un albero al centro dei mondo, l’Albero Cosmico, l’Asse del Mondo, forza che sostiene ed alimenta l’Universo; ne pone in comunicazione i vari livelli ed è simbolo del luminare maius, il sole.
L’Albero del Mondo veniva raffigurato, nelle miniature medievali, con le radici rivolte verso il cielo, come gli alberi del Purgatorio di Dante, così come l’albero Acvattha indiano. Parallelamente, in altre mitologie, troviamo l’albero paradisiaco Haoma dei persiani, PAC bero del Vello d’Oro degli Argonauti, l’albero delle mele auree del giardino delle Esperidi, etc.
Nel Nuovo Testamento il puiítuale corrispettivo dell’albero edenico e’ l’albero della Croce (per la medievale Legenda Crucis la croce venne costruita col legno dell’albero piantato al centro dell’Eden).
La scelta dell’albero come simbolo del Natale viene fatta risalire da una leggenda tedesca a Martiri Lutero. Non sempre si riscontra l’abete, bensì spesso anche altri alberi come la quercia (si ricorda a Dodona quella sacra a Zeus oppure quella *sacra ai Germani, che secondo un’altra leggenda San Bonifacio abbattè a Geismar, donando poi per compenso un abete), il leccio, il pino, il cedro, il cipresso, il frassino (quello di Odino ed 2 frassino Yggdrasil dell’Edda), l’alloro (che a Creta era chiamato l’albero del Sole), il ginepro (che avrebbe dato riparo alla Sacra Famiglia in fuga verso l’Egitto), l’agrifoglio, il caprifoglio, il pungitopo, il vischio (che i sacerdoti celti della Gallia, cioè i druidi, vestiti di bianco, saliti su di una quercia, nei giorno del solstizio, come ci descrisse fedelmente Plinio il Vecchio, tagliavano con una piccola falce d’oro per farne cadere un rametto su di un candido lino), il biancospino, il rosmarino,la rosa di Natale, la rosa di Gerico, l’edera.
La distribuzione dei doni, in particolare ai bambini, non viene realizzata sempre e dovunque sotto l’albero, ma pure con la consegna diretta da par,.e dì Gesù Bambino, o di Babbo Natale o dei suoi corrispondenti russi Nonno Inverno o Nonno gelo (Died Moroz). Ne’ avviene costantemente a Natale, ma pure all’Epifania (con i Re Magi o la Befana, la “Vecchia” che si brucia o si sega, per ‘buttar via” l’anno trascorso), a Capodanno (festa della Circoncísione di Gesù e festa pure della Madre di Cristo); San Silvestro, che invece ricorre il giorno prima, 31 dicembre ultimo giorno dell’anno, e’ il battezzatore di Costantino, l’imperatore che ha cristianizzato l’Impero Romano (la chiesa di S. Sílvestro a Roma è sorta sull’area del tempio dei sole di Aureliano: altro esempio di sovrapposizione di culti pagani).
In alcune zone viene effettuata, invece, alla ricorrenza di Santa Lucia (13 dicembre) o di san Nicola di Bari -San Nicola di Myra- (ricorrente il 6 dicembre) Santa Claus (San Niklaus) per i Tedeschi e St. Nick per gli Scandinavi ovvero il pìu’ antico progenitore del nostro attuale Babbo Natale che ogni anno riparte dalla sua casa finlandese (a Rovaniemi, in Lapponia) su dì una slitta carica di doni trainata da renne.

Un accenno ai Magi ed al loro corteo, guidato dalla cometa resasi visibile nella costellazione del Leone, simbolo della Giudea. A tale stella faceva riferimento, nel Vecchio Testamento (Numeri 24, 17) la profezia di Balaam, indovino chiamato da Balac, re dei Moabiti, che vedeva insidiato il suo regno da Mose'; sembra che di essa fossero al corrente. i sacerdoti persiani del profeta della religione iranica Zarathustra (Zoroastro).
Dei Magi parla il Vangelo di Matteo, anche se non svela il mistero della loro regalità ne’ della provenienza e non ne menziona neppure il numero. Si pensa che col termine Magi o Magusei si indicassero, allora i sapienti ed i sacerdoti delle religioni orientali. In seguito vennero confusi con i sacerdoti babílonesí (mediorientali), i Caldei, dediti allo studio degli astri, di qui la identificazione con indovini, negromanti, maghi. Il numero più attestato nelle fonti e’, come noto, tre e tre sono anche quelli rappresentati nella piu’ antica pittura conservata: quella del III secolo della cappella greca nella catacomba di Priscilla a Roma. Che fossero poi Re e’ altrettanto incerto e quanto ai loro nomi ne appaiono diversi, in svariati documenti, tutti comunque abbastanza tardi (VI IX sec.) La medievale leggenda aurea di Jacopo da Varagine (Varazze) (ca. 1230 -1298) ne riporta i nomi greci, ebraici e latini: tutti ben differenziati fra di loro.
I doni tradizionalmente recati hanno indubbiamente un significato simbolico: infatti l’oro e’ segno della regalita’, l’incenso della natura divina della missione di Cristo e la mirra del suo destino mortale.

Rimane da dire qualcosa ancora del Presepe, di cui i Magì sono immancabili comparse. Il primo presepe (vivente) sembra sia stato quello rappresentato a Greccio (vicino a Ríeti) da San Francesco d’Assisi, il Natale del 1223, secondo quanto racconta il suo cronista Tommaso da Celano (1190 -1260). Forse non tutti sanno, invece, che la basilica romana di Santa Maria Maggiore, nella quale fu celebrata da Onorio VI la prima Messa di Natale, e’ detta anche di Santa Maria “ad Praesepe’, in quanto custodisce reliquie della Santa Culla (cioe’ tavole della mangiatoia di Betlemme). La costruzione di presepi ha raggiunto spesso, nel. corso dei secoli, elevati livelli di espressione artistica. Alcuni pregevoli esempi, fra i tanti ivi conservati, possono essere ammirati anche presso il Museo del Presepe a Brembo di Dalmine.

FULVIO SCALABRIN

 

 

ChocoGAB

Spazio dedicato a sua maestà il cioccolato

 

CIOCCOLATO FONDENTE CONTRO I DANNI DEL TABACCO?

 

Un po’ di fondente al giorno impedirebbe l’indurimento delle arterie e contrasterebbe i danni causati dalle sigarette!!
Una barretta di cioccolato fondente come antidoto ai danni delle sigarette?
A suggerire linsolito rimedio, per la gioia dei fumatori e dei golosi di tutto il mondo, sono i ricercatori svizzeri dellOspedale universitario di Zurigo, in uno studio pubblicato sulla rivista Heart.
Il team ha scoperto, infatti, che mangiare pochi quadratini di fondente al giorno puo impedire il restringimento e l’indurimento delle arterie, aiutando cosi a contrastare i danni causati dalle sigarette.
Il vizio delle bionde, infatti compromette lattivita delle cellule endoteliali (che foderano le pareti delle arterie) e delle piastrine (coinvolte nella formazione dei trombi).In particolare, i ricercatori hanno confrontato leffetto del cioccolato nero e di quello bianco sulla circolazione di 20 uomini fumatori. Prima di mangiare 40g di cioccolato, le cavie umane hanno dovuto evitare di assaggiare altri cibi ricchi di antiossidanti, come mele, cipolle, cavoli e affini per 24 ore.
A due ore dalla cura al cioccolato uno scanner a ultrasuoni ha rivelato che il fondente migliorava significativamente il flusso arterioso, un effetto conservatosi per le successive otto ore.
Le analisi del sangue hanno mostrato che il cioccolato nero aveva anche dimezzato lattivita piastrinica, mentre il livello di antiossidanti era salito dopo due ore dallassaggio.
Nessun effetto benefico, invece, dal consumo di barrette bianche. Secondo i ricercatori, il segreto sta nellalto contenuto di antiossidanti caratteristico del cioccolato nero, che batte concorrenti come te verde, vino rosso e frutti di bosco.
E se la scoperta puo fare felici molti amanti del cioccolato nero, specie in vista delle festivita natalizie, gli esperti invitano alla cautela. Ce qualche evidenza che, se mangiato in piccole quantita, il fondente puo avere benefici sui vasi.
Ma ancora non sono stati indagati gli effetti a lungo termine, e il piccolo studio svizzero non cambia questo fatto, ammonisce Charmaine Griffiths della British Heart Foundation.
Anche perche il cioccolato rischia di essere parte del problema.
Se quello nero e ricco di antiossidanti, gli altri tipi sono molto calorici e contengono una media del 30% di grassi totali, precisa Griffiths. Insomma, occhio a decidere di fare scorpacciate di cioccolato per difendere la salute del cuore.
A risentirne potrebbe essere la bilancia, e non solo.Fonte: Adnkronos – Elisabetta Fezzi.

 

La comunità protestante

PATRIOTTISMO, FILANTROPIA, MECENATISMO A BERGAMO TRA ‘800 e ‘900

IL CONTRIBUTO DELLA COMUNITA’ PROTESTANTE

 

Con il termine di “protestanti” si indica l’ insieme delle chiese sorte direttamente dalla Riforma, o che ad essa comunque si richiamano, anche se hanno un’ origine più recente o più remota.
La presenza protestante a Bergamo risale al XVI secolo.
I mercanti sono i primi che entrano in contatto con le nuove idee e che contribuiscono alla loro diffusione, comunicando esperienze personali e trasportando libri di autori riformati, libri che trovano proprio in Bergamo un centro di raccolta e smistamento. La Bergamasca con la Valtellina e i Grigioni era, in passato, un’importante zona di transito.
L’ Inquisizione costringe alla fuga molti italiani, che trovano protezione soprattutto negli ospitali cantoni svizzeri, dove la presenza dei rifugiati religiosi ha un notevole influsso specialmente nel settore della produzione e del commercio della seta.
All’ inizio essi lavorano per terzi, poi si mettono in proprio, diventano agenti spedizionieri, accumulano capitali che investono in commerci, immobili e banche.
Venezia, potenza mercantile, combatte le eresie dei propri sudditi ma accetta sul suo territorio, anzi favorisce, la presenza di riformati stranieri.
Gli scambi commerciali tra Bergamo ed i cantoni svizzeri sono frequenti. Si forma così nella città una colonia svizzera formata in parte anche da figli di ex rifugiati bergamaschi che, protetti dal salvacondotto della nazione amica, possono entrare senza problemi nel territorio della Repubblica Veneta. Essi provengono per lo più da Zurigo, sono giovani, ricchi, capaci ed aprono la strada a nuove fiorenti attività.
Venezia è sempre più interessata ad un intenso commercio con la Svizzera ed è disposta a concessioni anche in campo religioso, in un periodo in cui, in altre zone, l’ intolleranza raggiunge il suo apice.
Nel XVIII secolo la colonia svizzera si amplia con numerosi arrivi dai Grigioni. Si tratta sempre di imprenditori nel settore della seta, che si stabiliscono definitivamente a Bergamo, impiantano filande, comprano terreni, case, intrecciano matrimoni. Nascono i primi “svizzeri bergamaschi”.
Si va in Svizzera per studio o per lavoro, a Bergamo si resta per la vita. Sorge pertanto il problema di avere un pastore fisso per culti, matrimoni, battesimi, funerali. Il primo pastore, Johan Caspar Orelli, arriva nel 1807, data che è considerata l’inizio della Comunità Evangelica di Bergamo.
Questa in estrema sintesi è la storia della colonia protestante in Bergamo, una presenza costante fino ai nostri giorni, caratterizzata dal rigore morale e dal senso del dovere di impostazione calvinista.
La capacità imprenditoriale e lo spiccato impegno civile, presenti in questa comunità, hanno validamente contribuito allo sviluppo economico e sociale del territorio bergamasco. Il tema proposto è sviluppato in due visite distinte.
La prima, impostata secondo un punto di vista storico, tratta del patriottismo e della filantropia di alcuni notevoli esponenti di origine svizzera, in un percorso che, partendo dalla Torre dei Caduti, include la Chiesa Evangelica di Via Roma, l’ esterno ed il giardino di Palazzo Frizzoni, il palazzo settecentesco di Via T. Tasso, sede del Centro Culturale Protestante.
La seconda visita è dedicata al mecenatismo, in un percorso nelle sale dell’ Accademia Carrara, lungo il quale si possono ammirare le numerose e preziose opere donate alla città da famiglie protestanti.

 

I Castelli Bergamaschi

Trescore

 

In val Cavallina i Suardi, i Lanzi e i Terzi dominarono incontrastati fino all’avvento di Venezia sul territorio bergamasco. Era l’anno 1428. In quell’anno i capi della fazione ghibellina furono banditi e in gran parte mandati in esilio. I cittadini chiesero la distruzione dei castelli e delle rocche in Val Calepio e soprattutto in Trescore e in Val Cavallina dove i Ghibellini dominavano da parecchi anni. E nel 1455 Venezia accondiscese ordinando di smantellare, abbassare torri e distruggere cortine.
Degli antichi fortilizi ghibellini rimangono solo portali d’ingresso, tratti di cinte murarie e torri. Ad essi furono addossati in epoche posteriori costruzioni civili e rustiche che ne hanno mutato l’aspetto primitivo.
Trescore conserva robustissime torri avanzi di possenti fortezze, costruite nelle contrade per far fronte alle frequenti incursioni delle popolazioni della vallata e della Val Camonica. Il paese era diviso in undici contrade, tre delle quali erano le principali: Piazza, Novale e Strada; TRES CURIE, da cui si vuol far derivare il nome del paese.

Castello della Mnella

Il castello resto fuori il paese Trescore sul colle della Mnela (vecchio nome di Molendinella derivato forse dalla presenza di mulini sul sottostante torrente Tadone) verso occidente. Apparteneva anticamente alla famiglia Lanzi che lo eresse nei primi anni del’ 200 e lo possedette fino al 1428. Da quell’anno la costruzione prese la funzione di baluardo difensivo e fu lasciata andare in rovina, le torri abbattute, la cinta muraria abbassata e il mastio smantellato. Nel 1467 venne in potere, anche se per poco, dei Suardi. In epoche posteriori passò in altre proprietà.
Il castello per la sua posizione e per le opere difensive (aveva una doppia cinta murata, una periferica ed una intorno al nucleo di abitazione) era considerato inespugnabile. Infatti, secondo quanto riferisce il Calvi, Pandolfo Malatesta in dieci mesi d’assedio non riuscì ad ottenerne la resa.
Oggi si riconoscono le vestigia dell’antica cinta perimetrale entro la quale sono state costruite nel 1700 e nel 1800 edifici d’abitazione e una chiesetta dedicata a S.Michele.

Castello del Niardo

Il colle del Niardo si innalza tra paese di Trescore e la valle del Cherio. Certamente doveva essere un punto importante di difesa perché controllava dall’alto l’imbocco nord-est della Val Cavallina. Sul colle fu costruito non solo il castello, che si fa risalire XIII secolo, ma anche una rocca posta verso nord-ovest e distante dal castello duecento metri. I due edifici erano collegati probabilmente da un cunicolo sotterraneo.
Del castello e della roca rimangono solo alcuni avanzi: la torre, l’ antico mastio, che si eleva all’ in-
terno del cortile, costruita con blocchi di pietra dalle dimensioni e dal peso inconsueti; si accede ad essa mediante una porticina alta da terra sette metri; alcuni locali adattati a residenza intorno ai quali si sono aggiunte nuove costruzioni in epoche posteriori.

Castello alle Stanze

All’esterno della contrada detta Strada, dominava l’antica rocca dei Lanzi, della quale rimangono dati storici incerti.
Dell’antico castello sono giunti a noi numerosi resti,ma delle torri nemmeno la traccia, solo muri del Xlll e XlV secolo che delimitano un vasto cortile.
Nel castello, secondo quanto riferisce il Rinaldi, i Lanzi ospitarono nel 1327 Ludovico il Bavaro e nel 1355 l’imperatore Carlo lV.
L’attribuzione al castello “Alle stanze” è dovuta alla presenza di pregevoli affreschi trecenteschi di soggetto cavalleresco che decorano alcuni locali nei quali probabilmente alloggiarono gli imperatori.

Per la visita dei castelli descritti non esistono orari di sorta in quando sono visibili solo le parti esterne.

 

I Castelli Bergamaschi

Solza

 

Il castello,costruito in Solza,paese posto all’estremità occidentale della provincia di Bergamo, a 9 km da Medolago, e sul ciglione delimitante ad est la valle dell’Adda, lungo il confine tra l’antico ducato di Milano e lo stato di Bergamo, è stato possesso per secoli della famiglia Colleoni,una delle maggiori famiglie di Bergamo che ebbe cariche ed uffici nella vita cittadina dal XII al XV secolo.
Paolo Colleoni,genitore del grande condottiero Bartolomeo, abitando a Solza, nel 1405, conquistò il fortissimo baluardo di Trezzo, appartenente ai ghibellini,e vi si stabili. Ma, nell’ottobre dello stesso anno, Facino Cane e, nel 1406, Giacomo del Verme, unitisi ai cugini di Paolo Colleoni, assalirono il castello uccidendo il proprietario.
Nel 1395, nel castello di Solza, era nato, da Paolo Colleoni e da Riccadonna dei Valvassori di Medolago, Bartolomeo. Alla morte del conte Riccadonna dei Valvassori, rilasciata dopo un anno di prigionia e spogliata di beni del marito, fu costretta a vivere con il piccolo Bartolomeo nel castello di Solza.
All’età di diciassette anni Bartolomeo si recò a Piacenza al servizio di Filippo Arcelli, signore della città.
Poco dopo, poco più che ventenne si accinse a compiere a piedi il viaggio da Piacenza a Napoli, dove si
arruolò nelle schiere del capitano Braccio. Al fianco di Braccio partecipò alla battaglia dell’Aguila in difesa della regina di Napoli, Giovanna II d’Angiò che lo insigni, per il coraggio e l’audacia dimostrati, dello stemma dalle due bande con le teste di leone.
Nel 1425 offri il suo braccio e i suoi servigi al Carmagnola che gli affidò le sue truppe. Dopo la pace di Maclodio firmata a Ferrara il 19 aprile 1428 tra il ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, la Serenissima estese il suo dominio sui territori di Bergamo e Brescia. Era giunto il momento perché si potesse realizzare il sogno di Bartolomeo. Le sue prodi imprese gli permisero di iniziare la carriera di capitano di ventura che lo avrebbe portato al comando delle truppe della Serenissima.
Il costello, oggi, presenta i suoi lati sud ed ovest, l’inverno, da secoli, è abitazione rurale ed è stato recentemente risstrutturato ed è sede di mostre ed eventi. Pietre squadrate ai cantonali e nel portale, pietrame misto a ciottoli di fiume del vicino Adda e del Torrente Grandone ne costituiscono il corpo di fabbrica.
All’angolo fra le due strade doveva elevarsi una torre, mozzata con il passare in altre proprietà.
Una lapide ricorda che fra queste mura nacque Bartolomeo Colleoni,che la storia riconosce tra i più grandi condottieri del suo tempo.

I Castelli Bergamaschi

Marne

 

Marne è una frazione di Filago e dista 2 km da Madone, sorge alla confluenza del torrente Dordo nel Brembo, ancora oggi in questo punto sono visibili i resti di un ponte probabilmente romano. Il torrente Dordo qui forma un breve, ma pittoresco “canion”, nella parente del quale si apre un condotto, da tempo chiuso, che si presume collegasse il castello di Marne con quello di Trezzo.
E’ proprio in questa zona che si innalza il castello di Marne.
Le origini del castello risalgono alla prima metà del XIV secolo. Della prima opera fortilizia rimane solo la struttura consistente la parte bassa della torre con la porta d’ingresso.
Di proprietà della famiglia guelfa degli Avogadri fu testimone di lotte di fazione. Nel 1398 Giangaleazzo Visconti, signore di Milano, mandò le sue truppe per occupare i castelli di Ghisalba, Redona, Comonte e Marne. Il castellano di Marne, Marco Avogadri, dovette cedere alle prepotenze del duca. Negli anni che seguirono, particolarmente nel 1403 e ancor più nel 1404, si verificarono fatti d’arme nei paesi dell’Isola, fra cui Marne, che furono assaltati e devastati dalle squadre guidate da Pandolfo Malatesta. Nel 1406 subì anche le ribalderie di Giacomo dal Verme.
Il castello, durante tutte queste traversie, fu danneggiato più volte tanto che il Senato Veneto, dopo averlo dato in feudo nuovamente agli Avogadri, con il decreto del 3 giugno 1429, concedeva loro di “ricostruire il ruinato castello con le solite opportune esenzioni”.
Ancora nel 1705, al tempo della guerra di successione di Spagna, durante le scorribande in Lombardia dei francesi i dei tedeschi, Marne e molti paesi dell’Isola furono devastati e saccheggiati dai tedeschi e si dice che il castello Fermo Avogadri fosse costretto a fuggire a Ponte S.Pietro per cercare aiuto.
Negli ultimi decenni dell’ottocento, dopo essere passato in altre proprietà, fu acquistato dai conti Colleoni che lo possiedono tuttora. Per iniziativa di Marino Colleoni fu restaurato e trasformato in residenza estiva; i suoi discendenti completarono l’opera di ristrutturazione con un arredamento signorile di gusto me-
dioevalizzante e adattando a parco il lungo spalto dominante il Brembo.
Oggi la signorile dimora ci appare di notevoli dimensioni per aggiunta di due ali ad angolo fra loro, con portico e sale al pianterreno e locali di abitazione al piano superiore, erette nel secolo scorso.

L’interno del castello è visitabile solo in occasione di mostre od esposizioni.

I Castelli Bergamaschi

Costa di Mezzate

 

A difesa del territorio allo sbocco della Val Cavallina, naturale continuazione della Val Camonica, tra Seriate e Gorlago intorno al 1000 sorsero ben quattro castelli, a Comonte, a Brusaporto, a Costa Mezzate e a Monticelli, i primi di famiglia guelfa (i Rivola), gli altre due di famiglie ghibelline (gli Albertone e i Suardi).
Dei quattro castelli rimangono soltanto alcuni ruderi medioevali (Xll e Xlll secolo) che permettono, però, di ricostruire le strutture militari allora esistenti.
Dell’antico complesso di Costa Mezzate resta una parete merlata con torre che costituisce un eccellente documento di architettura castellana lombarda del’ 200.
A mezza costa si eleva un altro castello che corso dei secoli ha subito a più riprese trasformazioni ed integrazioni dal XVl al XlX secolo assumendo l’aspetto attuale. Al primitivo nucleo si aggiunse un elegante giardino all’italiana con alberi centenari, ambienti interni abbelliti e impreziositi da decorazioni plastiche e pittoriche, da tappeti, da mobili, da intarsi fantoniani e quadri di grandi maestri, quali il Lotto, il Moroni, Van Dyck. Altre sale custodiscono armi, armature e uniformi conservate con meticolosa cura.
Nucleo originario del sistema di fortificazione sono le due torri, una sulla vetta del colle, l’altra alle pendici; intorno a quest’ultima nel Xll e Xlll secolo sorse il borgo di Costa Mezzate. La fortificazione venne costruita per ordine di Ottone, imperatore di Germania. Venne acquistata da Alberto degli Albertoni, console di Bergamo nel 1160. Passò poi in eredità ai conti Camozzi-Vertova che la possie-dono tuttora. La famiglia dei conti Camozzi-Vertova, la cui nobiltà ha origini antichissime (le fu con-ferito il titolo comitale da Carlo V), annovera tra i suoi discendenti studiosi, scienziati, uomini d’arme i cui ritratti sono conservati nelle sale del castello.
Le due costruzioni castellane, quella alla sommità del colle e quella a mezza costa, non ebbero eventi storici di grande rilievo. Solo lo storico Celestino Colleoni nella sua “Historia quadripartita” ricorda fatti d’armi degni di nota. Nel 1380 le truppe di Bernabò Visconti saccheggiarono le terre di Bagnatica e di Mezzate, ma non le rasero al suolo; nel 1433, dopo la pace tra i Visconti e la Repubblica
Veneta, gli abitanti di Bagnatica e di Mezzate furono esentati per cinque anni da ogni carico tributario in riconoscimento della loro fedeltà ai veneziani.

Il castello, proprietà privata, non è visitabile.

I Castelli Bergamaschi

I Castelli Bergamaschi

 

Sul territorio della provincia bergamasca sono disseminati qua e là castelli più o meno conservati, torrioni, ossature murarie, resti di pietra secolari, testimonianze di lunghe e sanguinose lotte tra famiglie potenti.
I castelli che oggi possiamo ammirare sia su di un poggio verdegginte, sia in pianura, circondati da aridi fossati, sia racchiusi tra edifici più recenti conservano poco dell’originaria costruzione e per i continui assalti subiti e per i mutamenti duvuti ad esigenze difensive. Molti scomparvero e se n’è persa, persino, la memoria; altri fecero blocco con costruzioni posteriori; altri ancora vennero ampliati, rimaneggiati per esigenze di residenza o di tattica militare.
Anche quelli che all’occhio del visitatore profano possono sembrare integri sono, invece, mutilati di molte parti: torri mozzate, sotteranei spariti, ponti levatoi in legno sostituiti in altri di miratura.
La penuria di documenti non ci permette di sapere con esattezza quanti castelli sorsero nel nostro territorio. Prima del 1000, secondo le cronistorie locali, si annoveravano pochi castelli; in età comunale, dal 1100 al 1200, divennero numerosissimi: con la costruzione di torri e di fortificazioni le famiglie bergamasche vollero assicurare la propria difesa e, nel contempo, la loro potenza. Ma è arduo stabilirne il numero mediante cronache tronche e poco attendibili.
Certamente erano tantissimi, se si pensa che i Torriani nel 1275 ordinarono di smantellarne parecchi e che Venezia, preso il dominio sul nostro territorio, ne risparmiò ben pochi. Nè li risparmiarono i Visconti e gli Sforza, anzi in quel tempo nessuno poteva costruire rocche se non con il benestare del ducato milanese.
Con il passare del tempo i manieri cessarono di essere roccaforti di difesa, ma si andarono via via trasformando in residenze di nobili famiglie e con accorgimenti architettonici e restauri divennero più confortevoli, più armoniosied eleganti nell’insieme.
Fra i castelli della bergamasca eretti nelle zone vallive o collinari e le rocche o i castelli della pianura corrono importanti differenze di aspetto, di natura o di destinazione.
Si avverte con evidenza la diversa materia di costruzione. Sulle colline le opere fortilizie sono generalmente in pietre squadrate, bozze, bugne, muri a secco di grande spessore; in pianura si sfruttava il materiale dei vicini fiumi, ossia ciottoli che si alternavano a mattoni ricavati dalla cottura dell’argilla del luogo, altre erano tutte in laterizio.
Altre caratteristiche li differenziano. I castelli di pianura sono orientati secodo i punti cardinali, sono fi forma quadrangolare e in corrispondenza dei quattro angoli si elevano torri pure quadrangolari. Un grande fossato difensivo isola il castello il cui accesso era permesso da ponti levatoi.
I castelli in montagna, invece, abbarbicati in luoghi strategici, alla confluenza di due corsi d’acqua, dominanti un lago, o in corrispondenza di un ponte su un fiume importante, sono posti di controllo e di difesa.
Questi, come le torri della città di Bergamo, sorsero quasi tutti dal XII al XIV secolo e furono sedi di famiglie bergamasche, guelfe e ghibelline e spesso teatro di violente lotte di fazione.
Erano possedimenti dei ghibellini Suardi: Niardo, la Torre di Trescore, Cenate, Mologno, Bianzano; dei Ghibellini Lanzi: la Mnella e le Stanze pure in Trescore, Gorlago; dei Terzi: Monasterolo; dei La Crotta: Berzo; dei guelfi Rivola: Comonte; dei Colleoni: Solza. ……….

Paolo Moschini

Ricette varie

Nella cucina dei nostri antenati

 

RICETTE VARIE

 

BOCCONCINI CELESTIALI

Ingredienti
sei pomodorini ciliegia, un cucchiaio di pane grattuggiato, un cucchiaio di prezzemolo tritato, aglio, olio, sale, pepe.

Preparazione
Tagliare i pomodorini a metà, salarli e lasciarli scolare. Mescolare il prezzemolo con il pane grattuggiato, poco aglio tritato, un cucchiaio di olio, sale e pepe. Mettere su ogni metà un po’ del composto e passare sotto il grill finchè sono gratinati.

 

Ricette con il cioccolato

Nella cucina dei nostri antenati

 

CIOCCOLATO

 

SALAME DI CIOCCOLATO

Ingredienti
50 g di cacao amaro, 160 g di zucchero, 160 g di biscotti, 160 g di burro, 1 uovo, 2 cucchiai di marsala.

Preparazione
Montare il burro con lo zucchero, aggiungere l’uovo, il cacao e il marsala e, infine, i biscotti. Dare all’impasto la forma di un salame con l’aiuto di carta oleata e mettere in frigo finchè il burro si indurisce